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Ciò che non viene attribuito a un autore o al web è stato prodotto (fotografato, scritto, pensato) da me.
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Se tocchi la lacrima di una foto può restarti tra le dita.
(Angela)
Ogni secondo, in qualche parte del mondo qualcuno fa uno scatto e fissa qualcosa perché lui, o lei, sono affascinati da una certa luce, da un volto, da un gesto, da un panorama, o da un'atmosfera, o semplicemente perché una situazione doveva essere fissata. Gli oggetti della fotografia, questo è evidente, sono innumerevoli. Ogni secondo li moltiplica di nuovo all'infinito. Ogni istante del fotografare, in qualche parte del mondo, è però unico e incomparabile. Il tempo, il tempo inarrestabile, ne è un garante.
(Wim Wenders)
Il mio paesaggio è una felicità Grande e il mio viso un universo limpido C’è pianto altrove di lacrime nere Si va di caverna in caverna Qui è impossibile perdersi Nell’acqua pura è il mio viso lo vedo Cantare un albero unico Addolcire le pietre Riflettere l’orizzonte M’appoggio contro l’albero Mi stendo sulle pietre Sull’acqua applaudo il sole la pioggia E il vento assorto…
(Paul Eluard)
Una vita piena d'emozione senza sensazione. Basta accettarla... ... Porsi dei sogni unicamente per illudersi. Ma che vita sarebbe, senza?
(Darkangel)
La mia Fuji Stx2, una reflex manuale, non smette mai di stupirmi.
Milano

La città, lo spazio, la distanza
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Milano
Milano, serenità Via Adda 14 Un artista a Brera
Emozioni
Il bacio all'età in cui più stupisce Labbra Appunti D'amore, di morte I filtri sulla propria coscienza
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1 giugno 2008
Keep on rockin' in the free world
Torno su questo spazio, nemmeno so esattamente il motivo. Non c'è niente da dire di quello di cui parlavo qui fino a ormai molto tempo fa.
Il 31 maggio, ieri, alle 18 è definitivamente stata chiusa Rock Fm, la storica emittente milanese che da 18 anni diffondeva la musica rock nelle sue varie facce. Rock Fm non era soltanto una radio.
Era una famiglia. E come tale si cerca di farla rivivere sul web. Ma un conto è una community online, un conto la comunità di persone che, dai più diversi ambiti musicali del rock, si sentivano parte integrante di un'esperienza che va al di là del semplice accendere un apparecchio radiofonico e sintonizzarsi (per Milano) sul 100.7.
Come succede sempre alle esperienze cosiddette di nicchia, il popolo di Rock Fm ha risposto, e i dj della radio, alla fine della maratona d'addio durata 24 ore, si sono riuniti in piazza della Repubblica per suonare e cantare insieme ai loro ascoltatori "Keep on rockin' in the free world", che vuol dire tutto e non fa aggiungere nulla.
| inviato da narrator il 1/6/2008 alle 14:58 | |
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18 gennaio 2007
Naturalmente quando si cita qualcuno non si può pensare che le parole s'adattino in modo esatto. Nonostante questo, si continua e si continuerà a citare. Forse perché lo scorrere delle parole è un termometro delle nostre emozioni, se non può essere il loro specchio perfetto. Poco importa. Gennaio di pochi sorrisi questo. Gennaio di sconfitte e di fallimenti. Inutile non ammetterlo. La rivoluzione interiore è impossibile al momento. Credo che non sia peraltro più possibile, mai più.
Ora mille domande e nessuna risposta. Tra queste domande, quella fondamentale: chi è uomo? E poi, molte altre, private, interiori, senza ragione di scriverle. Sono tutte un tesoro che custodirò dentro di me, quelle domande. Con il rimpianto di non avere risposte.
Fabrizio De Andrè dalla "Ballata dell'amore cieco"
Gli disse: "amor, se mi vuoi bene, tagliati dei polsi le quattro vene".
Le vene ai polsi lui si tagliò, e come il sangue ne sgorgò correndo come un matto da lei tornò.
E mentre il sangue lento usciva e ormai cambiava il suo colore, la Vanità fredda gioiva: un uomo s'era ucciso per il suo amore.
Fuori soffiava dolce il vento ma lei fu presa da sgomento quando lo vide morir contento.
Morir contento e innamorato quando a lei nulla era restato non il suo amore non il suo bene ma solo il sangue secco delle sue vene.
| inviato da il 18/1/2007 alle 14:53 | |
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1 gennaio 2007
2007
 click to enlarge
Tanti auguri di luce e magia per noi che a volte ci spaventiamo e ci stupiamo della nostra scia.
Tanti auguri e una notte che è frutto di un tramonto speciale per molti, pirotecnico sogno ed un botto.
E dei ricordi facciamone adesso un falò, tra foglie e rami ed un bosco, e la neve e una malinconia più lieve.
Tanti auguri di stelle brillanti sopra un deserto da rinverdire, e che non smettano mai i nostri incanti.
Tanti auguri per quello che hai di più caro, per le certezze che ti danno la forza e per l'alba davanti al mare e il suo faro.
| inviato da il 1/1/2007 alle 12:44 | |
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22 settembre 2006
Per luccicare insieme al mare da quassù
 Grandcamp-Maisy, click to enlarge
Le notti di un'estate senza compagnia, le notti che raccontano di un'altra via per credere che non cadremo più, per luccicare insieme al mare da quassù.
Canzoni di un'estate senza compagnia, il porto senza vita e una fotografia scattata in piena notte per raggiungerti sognando di volare via da lì.
Intorno il vuoto strano, un'abitudine che rende le giornate troppo pallide. E spiagge barche fari nell'oceano, le nuvole d'argento in cui ti porterò.
Il vuoto non è amico di nessuno e sai che puoi trovarmi dentro i sogni che farai, un raggio di velluto, dove tu vorrai perché vicino a me non tremerai.
| inviato da il 22/9/2006 alle 14:4 | |
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7 giugno 2006
Media
Perché non fare media ponderata tra una danza di Manuel de Falla ed una stanza buia, in cui sfarfalla cupo il "Precipitato" di Prokofiev?
| inviato da il 7/6/2006 alle 23:8 | |
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18 maggio 2006
Gli storici raccontano Napoleone a teatro
 (Al centro, Alberto Martinelli nei panni di un giornalista; a destra, Maurizio Antonioli nei panni del principe Metternich. Click to enlarge)
Prendete Andrée Ruth Shammah (grande regista di teatro) e una decina di storici. Secondo voi potrebbe uscirne qualcosa di buono? L'insolito gruppo ci ha provato. Napoleone era la "scusa" di questo esperimento teatrale. Seguendo un testo della critica Magda Poli, i professori dell'Università di Milano si sono improvvisati attori e hanno portato in scena documenti e testi dell'epoca, facendo parlare i protagonisti della vita di Napoleone con le frasi da loro effettivamente pronunciate. Il grande assente era proprio lui, l'imperatore, terrore dei governi di mezza Europa.
Naturalmente non vi erano grosse pretese da attori in questi docenti: l'eccezione è stato un grande Alceo Riosa nei panni di un Talleyrand vecchietto arguto e rompiballe, antipatico quanto basta. L'improvvisazione era d'obbligo. I docenti hanno superato la prova con una grande dose di autoironia ("Chiamatemi principe", dice lo storico Antonioli al politologo Martinelli che lo intervista apostrofandolo "duca"). In diverse occasioni perdevano il filo, ritrovandolo però subito con qualche battuta diretta con il pubblico. Nel "gran finale" i professori hanno riacquistato il loro ruolo, pur nella finzione scenica, tornando a cerchio in cattedra e prendendo fogli con citazioni di scrittori e intellettuali sulla figura di Napoleone. Il Napoleone che ne esce è il mito ma anche l'antimito. Il grande riformatore dei codici ma anche il misogino che concede tre minuti alle amanti. Lo stratega perfetto ma anche il cinico che usa gli amici, l'orgoglioso che non ammette le sconfitte, il pieno-di-sé che si sente... "Napoleone".
Lo spettacolo vero e proprio sarà un altro: nel prossimo anno scolastico, un gruppo di giovani attori porterà in scena il testo in alcune scuole di Milano e provincia.
| inviato da il 18/5/2006 alle 22:23 | |
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18 maggio 2006
Il Governo ha giurato. Emna Bonino e gli altri
«Parte il walzer delle alleanze, in cui vengono stretti tutti i gatti con i sorci, i cani con i porci, in quell'unico bestiario che dovrebbe governarci. La maggioranza vince, il resto fa l'opposizione, un manipolo di eletti forma una delegazione, va dall'arbitro sul colle per prestare giuramento forgiando nuove palle da buttare in Parlamento.».
Frankie Hi Nrg, "Raplamento".

Nella foto, Emma Bonino finalmente ministro dopo trent'anni di attività politica. Solo un anno fa, i Radicali avevano dichiatato "Mai con Prodi".
| inviato da il 18/5/2006 alle 1:6 | |
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12 maggio 2006
Gran gioia al Quirinale
Abbiamo il Presidente della Repubblica. Al quarto scrutinio, con la terz'ultima maggioranza della storia repubblicana (peggio di lui, solo Segni e Saragat). Le 347 schede bianche della CdL mi sembrano 347 bandiere bianche. Eppure, l'orgoglio con cui i parlamentari della neo-opposizione hanno sfilato ("da bersaglieri", diceva Prodi pensando di prenderli in giro), mostrando la scheda già piegata prima d'entrare nell'urna, non era per niente arrendevole. Anzi. Era una sorta di "ci siamo". Un segnale.
Intanto, il parlamento diviso a metà ha scelto un Presidente di parte: è il più moderato dei Ds rimasti (gli altri, tipo il sen. De Benedetti, son stati messi alla porta), vero, ma è pur sempre un Ds. Non credo fosse esattamente questo il "metodo Ciampi". Hanno scelto un Ds amico dei socialisti per non scegliere un Ds nemico dei socialisti (D'Alema) e nemmeno un socialista (Amato).
Marco Taradash ha ragione: l'anagramma dell'undicesimo Presidente è "Gran gioia. Il topo no". Amato no.
| inviato da il 12/5/2006 alle 13:0 | |
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26 aprile 2006
Partigiani, repubblichini
 Milano, al corteo per il 25 aprile
L'uomo in carrozzina si chiama Paolo Brichetto. Durante la Liberazione era partigiano e responsabile, nella Repubblica dell'Ossola, della logistica di armi e attrezzature. Fu arrestato dalla Gestapo e internato a Dachau. Il 25 aprile 1945 era in coma, pesava 40 chili, dopo mesi in cui s'era cibato solo di bucce di carote, e aveva preso il tifo. Questo partigiano è il padre di Letizia Moratti, per cui, insultato assieme alla figlia, non ha potuto partecipare al corteo.
Intanto, Dario Fo (nel 1945 fascista della Repubblica di Salò) ha sfilato tranquillo e osannato.
Qualcosa non quadra.
| inviato da il 26/4/2006 alle 10:17 | |
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31 marzo 2006
Cresce il numero di figli nati fuori dal matrimonio
Le nascite fuori dal matrimonio cominciano ad essere un problema, in Nord-Irlanda, stando all'attenzione che i media dedicano al fenomeno. Il dato è in crescita e si attesta su percentuali effettivamente alte nelle due città principali (Belfast e Derry), ma la media delle Sei Contee è del 36%, che comunque significa un neonato su tre. Il "Belfast Telegraph" dice esattamente che nel capoluogo, Belfast, il 56,2% dei nati nel 2005 è "out of wedlock", a Derry il dato scende al 46,1%. Non si parla quindi necessariamente di relazioni extraconiugali ma, in generale, di relazioni non coniugali: quindi anche coppie regolarmente conviventi, ma non sposate, e single. Non a caso, i tre quarti di queste nascite vengono comunque riconosciute da entrambi i genitori.
Il dato è abbastanza coerente rispetto a quanto chi scrive ha visto, a Derry, nel 2005: tantissime ragazze dai 20 ai 30 anni che trascorrevano il pomeriggio al centro commerciale con il passeggino e il pargolo. Il declino della famiglia è ovviamente il motivo principale, e comune a tutto l'Occidente. La famiglia come baluardo di sicurezza è una comunità in disuso di fronte a tanti aspetti della vita moderna (i trasferimenti per studio e lavoro sono più frequenti di un tempo) ma anche di fronte ai suoi stessi fallimenti: la violenza tra le mura domestiche, l'ipocrisia della famiglia unita contrapposta ai tradimenti, la non più incrollabile certezza dell'amore-per-sempre.
Questi aspetti della modernità vengono spesso confusi dai leader religiosi (e dai leader politici) come un declino di moralità nel costume socio-politico nazionale, mentre dovrebbero essere inquadrati nell'evoluzione complessiva delle società occidentali.
Ian Brown, pastore della Chiesa Presbiteriana Libera, chiosa che tutto è dovuto all'attacco frontale contro il matrimonio a livello legislativo, ad esempio con la legge sulle unioni omosessuali. La chiesa di Brown accoglie circa il 10% dei fedeli protestanti nord-irlandesi ma è molto influente politicamente giacché il suo fondatore, Ian Paisley, è anche fondatore del più forte partito delle Sei Contee (Democratic Unionist Party).
Il vecchio dilemma della sociologia del diritto ritorna: è la legge a governare il cambiamento della società, oppure è la società a governare il cambiamento delle leggi? Messa così la questione, la risposta dovrebbe essere lampante. La legge viene quasi sempre dopo, viene quasi sempre come conseguenza a ciò che la società chiede. E infatti, anche in Italia, dove le unioni omosessuali non esistono e il divorzio resta difficile, la società va comunque nella direzione di abbandonare lo schema familiare-matrimoniale.
| inviato da il 31/3/2006 alle 11:34 | |
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23 marzo 2006
La notte bianca di primavera a Milano
Milano avrà due notti bianche quest'anno. A quella estiva se ne affiancherà una questo sabato notte. Il programma è sicuramente meno folto rispetto a quello dell'estate dello scorso anno, quando quattrocento eventi e un milione di persone avevano messo il sigillo al successo di una iniziativa sbarcata solo da pochi anni in Italia.
L'evento più rilevante è la non-stop musicale di Piazza del Duomo: prima Mtv (e i TRL awards), poi Radio 105 per un concerto che dovrebbe finire alle tre, per poi lasciare spazio a dj-set per ballare.
Davanti alla Stazione Centrale ci sarà invece un insolito concerto notturno di Davide Van Des Sfross, dall'una alle tre. Giovani band nei pressi del Politecnico, fin dal primo pomeriggio; in Piazza Santo Stefano l'omaggio a De André e Gaber di Mauro Pagani e Davide Giambrini.
Vari musei prolungheranno gli orari d'apertura: segnalo le mostre fotografiche a Palazzo Reale (Elmut Newton) e a Spazio Forma (Peter Lindbergh), fino alle due di notte.
Tra le varie offerte teatrali, al Teatro Dal Verme (ore 22) una speciale rappresentazione del "Poema della Croce" su testo di Alda Merini, mentre in Piazza Affari il Teatro Franco Parenti allestirà uno spettacolo di danza su musica di Igor Stravinskij.
Spazio anche ai quartieri. In Porta Vittoria ci sarà (non si sa a che ora) la rievocazione delle Cinque Giornate del 1848, nei dintorni di Via Paolo Sarpi vari spettacoli musicali e una mostra fotografica.
Ulteriori informazioni sono sul sito ufficiale della manifestazione.
| inviato da il 23/3/2006 alle 14:38 | |
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21 marzo 2006
Racconta a tutti il vip che hai visto in giro
Quando ho visto Ignazio La Russa per la prima volta, mi ha perfino chiesto una sigaretta. E io gliel'ho offerta senza battere ciglio, probabilmente ero pure emozionato anche se non l'ho dato a vedere. L'altro giorno, invece, per strada mi è stato indicato un "famoso jazzista", di cui ho subito dimenticato il nome. Il tizio che era con me, però, ne era entusiasta. Ogni tanto passo da Piazza del Duomo ed è un riflesso condizionato vedere chi spunta dal balcone di TRL: non foss'altro che perché sovente le ragazzine stazionano sotto con gli striscioni e ululano (pardòn: schiamazzano) all'indirizzo di questo o quel big musicale.
Divismo. Cioè, una pulsione strana. Normale, comune. Come partecipare alla quotidianità di una persona famosa. Che, ovviamente, se ne strafotte e anzi, ed è comprensibile, dopo un po' ne ha piene le palle di essere riconosciuto qui e là, insomma non è una vitaccia tranquilla. Guardate qui. Questo è Berlusconi alla fiaccolata di giovedì 16 marzo in Corso Buenos Aires. Circondato da una ventina di uomini della scorta, e la fotografia non rende l'idea: o fotografavo lui, alzando la macchina, o fotografavo loro.
 (click to enlarge)
Francamente, che vita è la sua? Costretto a girare con siffatta scorta e con gli assalti di chiunque lo veda, per fotografarlo, stringergli la mano o, magari, lanciargli contro un cavalletto? Sicuramente i blog sono pieni di questi incontri famosi. Ci sono però luoghi e luoghi. Se vivete a Scandiano non avrete nemmeno la possibilità di incrociare il suo più illustre nativo (Romano Prodi) che, se ho bene inteso, passa di lì giusto una volta o due all'anno. Se vivete a New York, la faccenda è diversa. E allora potreste andare a caccia di vip e, perché no?, raccontarceli, su Gawker Stalker, dove non solo daranno vetrina ai vostri micro-racconti ma segneranno anche sulla mappa della Grande Mela la traccia del vostro fortunato incontro.
| inviato da il 21/3/2006 alle 23:17 | |
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5 marzo 2006
Hostel, il film che sarebbe stato meglio non girare
Abbiamo parlato di Quentin Tarantino per il suo "Kill Bill Vol. 2", violento ma con una certa ironia sotterranea. Lo ritroviamo come produttore di "Hostel" e diciamo subito che avremmo preferito non ritrovarlo, avremmo preferito che un film del genere non fosse mai uscito. Ma il botteghino comanda e parla chiaro: il film è costato 4 milioni di dollari e negli Usa ne ha incassati più di 40; in Italia, nella sua prima settimana, ha incassato quasi 1 milione di euro e continua a mietere spettatori. Allora, anche se il Codacons ha chiesto ufficialmente che fosse ritirato dalle sale, teniamocelo. Il problema è però che la violenza di questo film è totalmente gratuita: vedere persone disposte a pagare migliaia di euro per uccidere (possibilmente in modo sadico) altre persone è quanto di più degenerante possa esserci, rispetto a ogni concetto di "umanità". Abbiamo tutti orrende parole per Hitler e i suoi metodi di eliminazione fisica e psicologica nei campi di concentramento. E se diamo a Hitler la patente del perverso, del diabolico, del disumano è proprio per i metodi, giacché quanto agli scopi, dobbiamo dirlo, il dittatore nazista non si differenzia da tanti altri. La storia del Novecento è infatti piena di genocidi anche più sanguinosi (numericamente), si pensi solo a Pol Pot in Cambogia che stermina la maggioranza della sua popolazione. Hitler era però intenzionato a togliere umanità ai suoi prigionieri: leggete "Maus" per capirlo alla perfezione. Gli uomini come topi, e niente di più.
Che c'entra Hitler con Eli Roth, il regista di "Hostel"? Niente? E invece, è proprio questa eliminazione della natura umana negli uomini a incidere in un collegamento mentale naturale. Si dirà che è solo un film. Ma non è così. Non è solo un film innanzitutto perché a Roth l'idea è venuta navigando su internet: ha scoperto che in Thailandia un'organizzazione permette di "prenotare" un omicidio, pagando un sacco di soldi, e che l'operazione è legale se il "candidato alla morte" è consenziente. Della serie: non ho inventato nulla. Bisognerebbe indagare, capire se è una cosa vera o se è una delle tante leggende che circolano sul web, tipo Bonsai Kitten e cazzate simili. Ma tant'è. Non è poi solo un film perché lo stesso Roth, presentando il film a Roma, lancia un j'accuse nella sua spiegazione: «Non c'è nulla di più spaventoso di George Bush e così la gente non trova di meglio che andare ad urlare al cinema». Roth è dunque un benefattore degli americani, consente loro di sfogarsi.
Gli spettatori hanno dunque, ora, una maggiore consapevolezza. Dopo aver visto tanto sangue gratuito, primi piani oscuri su colate di liquido rosso da tutte le parti, l'immancabile occhio penzolante dal volto di una ragazza e il cinismo delle parole di un aspirante omicida, adesso sanno che l'obiettivo era George Bush e che l'idea di tutto questo massacro degli innocenti è dovuta non alla mente perversa di Roth ma alla mente perversa di un sito internet thailandese. Consolante? Non proprio.
La disumanità del film è infatti dovuta anche a un altro aspetto: l'insostenibilità della trama. Prima ci sono tre ragazzi in cerca di sesso facile, poi ci sono tre ragazzi accolti da coetanee svestite in un ostello slovacco sperduto (il che avrebbe dovuto far giungere dei sospetti ai tre sventurati), di seguito c'è naturalmente la notte di sesso selvaggio con queste bellezze della natura. E poi, le sparizioni, una dopo l'altra: tre ragazzi, tre notti di seguito. Solo un deficiente non sarebbe scappato da lì a gambe levate. E invece l'ultimo persevera, si fa portare anzi nel braccio della morte, un edificio enorme (un ex ospedale) dove subito vede, nella prima stanza, la terribile verità: e non può più fuggire. Riuscirà, invece, a salvarsi, dopo aver perso qualche dito, ma non addentriamoci oltre.
C'è infatti un ultimo aspetto sconcertante: l'immagine della Repubblica di Slovacchia. Il film è ambientato nei dintorni di Bratislava, anche se in realtà è girato in Repubblica Ceca in una trentina di locations diverse. E il parlamento della Slovacchia s'è giustamente incazzato. L'ironia con cui gli spettatori, all'uscita, commentano che non penseranno più a quel Paese come méta di vacanze è comprensibile. La Slovacchia viene presentata come un luogo di concentramento della peggior feccia. Le uniche donne slovacche del film sono (citiamo letteralmente) "le peggiori puttane", capaci di guadagnare una cifra altissima per adescare turisti stranieri da portare nell'ammazzatoio. Sono fredde, calcolatrici, disinteressate e senza coscienza perfino nei sorrisi. Di più, tutto il Paese pare coinvolto nella vicenda: dalla responsabile dell'ostello fino al commissario di polizia. Per strada è un pullulare di bimbi affamati in cerca di dollari. Che questi bimbi siano sul finale coinvolti anche loro nella violenza brutale del film (a fin di bene) è solo un peggiorativo ulteriore della disumanità della pellicola. In realtà, Roth poteva informarsi meglio: avrebbe scoperto che è a Bucarest, e non in Slovacchia, che esiste questo fenomeno di bimbi affamati pronti a tutto per racimolare qualcosa. I politici slovacchi si sono lamentati anche del fatto che i personaggi, quando parlano della loro lingua, parlano in ceco. Sembra una banalità, ma la costruzione della lingua nazionale da quelle parti è un'idea del 1993 o giù di lì, quindi molto recente. E per finire, non manca il pestaggio gratuito di un automobilista a un posto di blocco della polizia. Un Paese arretrato, violento e spregiudicato. Il governo slovacco ha invitato Roth a visitare davvero il Paese, ma la risposta (declinando l'invito) è ancora più agghiacciante: «Gli Americani non sanno nemmeno che questo paese esista. Il mio lavoro non parla di geografia, ma vuole mostrare l'ignoranza degli americani verso il mondo che li circonda».
Alcuni critici hanno sottolineato che "Hostel" non ha nulla a che fare con il vero horror, e il regista ha affermato che in effetti si tratta di un horror "addomesticato". In parte è vero: ma noi pensiamo che sia proprio questa la ragione finale (dopo le tante già dette) per non guardarlo. Questo film non è niente.
| inviato da il 5/3/2006 alle 13:53 | |
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3 marzo 2006
Porta Romana e le altre
La via di San Vittore l'è tutta sassi, l'ho fatta l'altra sera a pugni e schiaffi.
Secondo la leggenda, la notizia che ha vinto il Nobel gliel'ha data un gruppo di passanti mentre lui stava uscendo dal Carcano. Sembra che un tram si sia fermato: è sceso il tramviere con i passeggeri, per unirsi all'improvvisato convegno, e quando è uscita anche Franca si sono messi a cantare tutti quanti la canzone della mala per eccellenza, la mala che pianificava i colpi al Giamaica e poi si ritrovava a San Vittore a raccontarseli.
O luna che rischiari le quattro mura, rischiara la mia cella che è tanto scura.
Magari hanno anche accompagnato i coniugi del Nobel fin sotto casa, lungo il corso, dal 63 alla piazza con le Mura spagnole ancora lì, intatte. Proprio lì: dove già vedi, poco oltre, la strada illuminata dal McDonald's. Questa è leggenda. Messa in giro dal Nobel in persona, al discorso della premiazione. Adesso, non fraintendetemi, a me il tizio è simpatico. E tutto sommato un po' mi spiace che non lo troverò nella scheda elettorale per il prossimo sindaco. Non l'avrei votato in ogni caso. Politicamente i suoi discorsi valgono zero rispetto ai problemi del sistema urbano milanese. Ma converrete che tra il Nobel che difende i rifugiati e il Prefetto che (era tenuto a) sgomberarli, giusto a simpatia, e non è un discorso politico, il Nobel è più simpatico.
Ha perso più battaglie il tuo reggipetto che il general Cadorna a Caporetto.
Porta Romana per la mala era in fondo una occasione, una scusa per cantar d'altro. Ma non sarà stata scelta solo per la rima equivoca. Il dolore della solitudine nei bracci di San Vittore (che presto, si desume, scomparirà dalla topografia cittadina) è il destino a cui erano coscienti tutti coloro che avevano ben chiaro il codice d'onore. Non esistevano le periferie, la città finiva lì, alle Mura spagnole. La Comasina non era stata ancora inventata. La città finiva suppergiù col palazzo dove ha casa il Nobel. L'identità di un tempo è svanita anche a Porta Romana. Non c'è da lamentarsene, Milano è cambiata e non è cambiata da oggi. Abbiamo permesso agli architetti malati di protagonismo di tirar su le "coree" per ghettizzare gli immigrati meridionali, adesso non possiamo lamentarci del fatto che un McDonald's faccia ombra su una delle piazze più belle di Milano. Piazza? La Piazza Medaglie d'Oro (si chiama così) non è più una piazza. La era un tempo, forse, quando si andava a piedi e i più fortunati in carrozza. Rimpianti non ne ho molti. Il tempo moderno, alla faccia di chi ci vorrebbe immersi in un senso della tradizione molto conservatore e poco pratico, è il migliore in cui vivere. Baratterei, certamente, qualche automobile in meno con un po' di tranquillità in più, ma mi chiedo se la generazione del boom ha avuto tutta questa tranquillità di cui va fiera, adesso che ha l'età media di oltre sessant'anni, oppure se è soltanto un senso del sacrificio che s'è perso negli anni. E comunque le automobili e i tram che snaturano la piazza Medaglie d'Oro e tante altre piazze non mi danno così fastidio. Queste piazze non sono più un luogo d'incontro ma ci si può incontrare in altri luoghi. Anche più emozionanti.
(credits: "Stornelli di Porta Romana")
| inviato da il 3/3/2006 alle 1:25 | |
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21 febbraio 2006
...
Ho iniziato in modo piuttosto spento questo blog, dopo la vacanza a Berlino, quindi suppergiù nel 2004. L'ho poi trascurato e ripreso, in quello stesso anno, quasi avidamente. Più di un post al giorno. Monotematico, assolutamente. "Ho voglia di stare male", ecco il leit motiv che mi spingeva a questo.
Dal 2005 alcune percezioni sono un po' mutate, com'è giusto che sia. Ogni tanto coloro questo blog di parole e di immagini, ma non è come prima. Talvolta mi sono accorto di averlo fatto quasi più per le (poche) persone che ancora mi leggono qui, che per me. Quelle (poche) persone che mi commentano, rendendosi visibili, o che restano nell'ombra, ma leggono, leggono, leggono. Chi sempre, chi spesso, chi di tanto in tanto.
Nel frattempo, scrivo in altri luoghi, ma non scrivo così tanto e non sono così monotematico. Credo sia un fatto positivo. Non ho più voglia di stare male, no. Il leit motiv è diventato, piuttosto, "ho voglia di ricordare". La canzone è la stessa (Ligabue, "Ti chiamerò Sam"), la sfumatura è decisamente diversa.
A questo blog devo la cura di un amore dissolto nel vento. Devo parole condivise con persone che si sono avvicinate a me. Che hanno tentato di conoscermi e di attraversarmi.
E' possibile che, tra non molto, questo blog non venga più aggiornato. Come ho detto, nel frattempo scrivo in altri luoghi. E di altre cose, talvolta. E' molto probabile che tra non molto vi sia un dominio sotto cui porre tutti i progetti che ho in testa: un blog come questo, pieno di mie quotidiane suggestioni; un fotoblog degno di questo nome; un blog che parli specificatamente di alcuni temi, come il sistema urbano milanese. Tutto ciò è probabile ma non è certo. E' tutto relativo, no? Anche se la luna ha una faccia sempre nascosta.
| inviato da il 21/2/2006 alle 0:52 | |
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28 gennaio 2006
Teatro di neve
 Milano, P.za Sant'Alessandro
| inviato da il 28/1/2006 alle 14:25 | |
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12 gennaio 2006
This is the end, beautiful friend. The end, my only friend, the end
Questo non è rancore, questo è solo un rammarico come quelli di cui la vita di ognuno è piena. E' sicuramente una situazione inevitabile, sebbene istintivamente sia portato a definirla coi contorni dell'immaturità: ma non è il caso di dare colpe a chi ha compiuto una scelta in perfetta buona fede, anche se questa scelta ha conseguenze su tre persone. Anche se ha conseguenze su un rapporto di amicizia che non doveva, in nessun modo, fargli temere alcunché. Il blog si è fin da subito arricchito di viaggi, emozioni, immagini. Perfino di una categoria (Foto-Via Emilia). Perfino di un link, a fianco, rimasto anche quando la destinazione è stata cancellata. Il link rimarrà, la categoria anche. Niente si cancella. Peccato ci sia ancora qualcuno che pensa il contrario. Questo non è rancore. Questa è, in fondo, la realtà.
 Volterra (PI)
Stavo ancora provando a riaccender le luci alla nostra amicizia, insolita, nata da amore, stavo scrivendo tenere sillabe di buonumore e tu hai fatto il falò di questi anni, e li bruci. Qui mi restano i sogni da cui fui rapito e le nuvole bianche che abbiamo carpito al cielo d'estate. Ci sono parole che nemmeno un bel fuoco potrebbe incendiare. Nel tuo cuore rimangono: sono le sole che l'oblio maledetto non sa controllare.
Questo gioco di ombre e di luci mi lascia sereno mentre ripeto a memoria i tuoi "sempre", i tuoi "mai". Non v'è spazio per pianto o sorriso, e nemmeno per nuove parole che, è chiaro, non leggerai.
| inviato da il 12/1/2006 alle 22:38 | |
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24 dicembre 2005
Ballata della notte di Natale
 Milano, Corso Como 10 (Galleria C. Sozzani)
E' solo una scia morbida di neve a far di un tetto anonimo un sorriso, e l'odore di legna appena presa, e le chiare e leggere onde di vento che muovono i cappotti solitari. E' solo una scia morbida di neve.
Gli sguardi più amichevoli e più dolci non dureranno che ventiquattr'ore, come le monetine in più, nel vuoto del berretto del vecchio, su in Stazione. Anch'egli forse avrà una sigaretta e sguardi più amichevoli e più dolci.
Non fa più freddo di ieri o domani ma l'aria non indispettisce il calmo andare della gente verso chiese che da domani torneranno vuote. Stasera non è l'alcool a dar gioia a chi sentirà freddo anche domani.
Come fosse una fuga dalla festa, l'ultimo tram dal centro corre via. Un pacchettino e una fotografia per i figli lontani, e poco resta alla donna che piange al finestrino come stesse fuggendo dalla festa.
| inviato da il 24/12/2005 alle 22:22 | |
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10 dicembre 2005
Patriottismi
 Belfast (Northern Ireland), Shankill Road: murales protestante-unionista. Si notano la bandiera della Gran Bretagna, della Scozia, del Galles e dell'Inghilterra, a testimoniare che gli abitanti di Shankill a Belfast vogliono restare sudditi della Corona di Londra
Nell'avamposto britannico dell'isola d'Irlanda, divisa dalla politica pur se unita dalle tradizioni, la parte protestante - unionista della popolazione di Belfast promuove anche con i murales pubblici il suo patriottismo che viene da lontano: da quando le prime rivolte ottocentesche posero il problema della convivenza tra gli indipendentisti (propensi all'unità politica dell'isola d'Irlanda) e gli unionisti (leali alla Corona di Londra).
"Gli inglesi fanno bene a esser patriottici perché son fighi".
 "Strade di Belfast", raccolta di racconti di Gerry Adams, uomo politico nord-irlandese, ex dirigente dell'IRA e dal 1983 presidente del Sinn Fein, il partito politico di ispirazione cattolico-sociale che raccoglie i voti degli indipendentisti che propugnano l'unità politica dell'isola d'Irlanda. Frontespizio, pagina interna e fotografia di un incendio a Belfast
Gerry Adams è stato considerato nemico pubblico della Gran Bretagna per molto tempo. Più volte agli arresti e più volte latitante, grazie alla sua autorevolezza all'interno dell'IRA, gruppo paramilitare che per anni ha ingaggiato una sorta di guerra civile con l'esercito inglese nelle contee nord-irlandesi, è diventato il simbolo vivente della lotta per l'indipendenza. Nato a Belfast, non vede dal 1972 il centro della sua città: esce dai quartieri indipendentisti solo in condizioni di massima sicurezza. Ormai fuori dalla lotta armata, più volte deputato a Westminster per il collegio di West Belfast (nel 2005 ha conseguito il 70% dei voti), non ha preso possesso del suo seggio perché non riconosce l'Autorità inglese sull'Irlanda del Nord.
Anche gli irlandesi sanno essere fighi, sanno essere patriottici, sanno essere patriottici perché fighi.
E gli italiani? Gli italiani che cantavano il Piave mormorare "indietro va', straniero!", hanno poi giustamente preso un po' per il culo l'ampolla del Po. E non sanno di essere fighi anche loro.
| inviato da il 10/12/2005 alle 21:20 | |
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28 novembre 2005
Acqua
 Corso Como
(il rumore dell'acqua)
| inviato da il 28/11/2005 alle 14:25 | |
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23 novembre 2005
Sparizione improvvisa
(chi conosce Simon Armitage potrà pensare che mi sia letto un bel po' di sue poesie, negli ultimi giorni: e avrebbe tutte le ragioni di pensarlo!)
Ora lascia che ti racconti della mia sparizione improvvisa. Quella mattina m'ero svegliato bene, sereno, mi ero rasato alla perfezione, fatto colazione e mi ero anche vestito con stile piuttosto elegante. Ero pronto, intendo, per un'altra giornata coi fiocchi: le pause caffè, le pacche sulle spalle, la lingua sotto il culo, telefonare a Hong Kong, pranzare con l'amante, il suo divano comodo e la camicia da ripiegare, qualche imprecazione contro la destra e la sinistra, la barzelletta razzista del collega sfigato, l'happy hour nel bar di fronte all'università con le ragazze tirate che fanno vedere tutto, insomma una giornata brillante, alle solite, e mi sentivo bene. Non potevo pensare che alla fermata del tram mi avrebbe avvicinato un ladro di pensieri, insomma un rompicoglioni ma di quelli gentili, che non cercano soldi e non vendono niente. Bene, questo tizio benvestito, nulla da dire, benlavato, ha cominciato a mettermi l'angoscia parlando lentamente di una bomba esplosa "non si sa esattamente dove". Non riuscivo a levarmelo di torno e nemmeno a cambiare argomento! Sai l'angoscia che sale? Voglio dire, sai quando non ci puoi fare niente? Ecco, non ci capivo nulla e mi facevo bellamente avvinghiare (io, un pescecane di prima categoria!) da quel matto mandato da chissà chi. Quando il tram è arrivato, quello m'aveva cotto a puntino e son stato fermo sulla banchina mentre saliva e gli urlavo di prestare attenzione. Immobile per un'ora: ecco che cos'ho fatto mentre il cellulare cominciava nervoso a squillare e il mio boss in ufficio cominciava a imprecare. Dopo un'ora mi sono accorto che stavo impazzendo così ho alzato i tacchi e mi sono diretto altrove. Sì, ma altrove? La città mi pareva terrificante, ogni borghese incrociato era un nemico nascosto, sentivo il suono del pericolo e non lo potevo vedere, non lo potrei definire neanche ora. Così mi sono avviato verso dove cominciano i campi incurante del cellulare che seguitava a fare casino, non facevo che pensare allo squilibrato di prima e non mi toglievo di testa il suo modo di parlare lento, calmo, sereno: mi torturava, tremavo. Appena ho visto un semaforo rosso e un'auto che si preparava a sprintare ho bussato al finestrino e ho chiesto un passaggio, "ma dove deve andare?" mi sentii domandare. "Dovunque lei vada", ho risposto alla tipa alla guida (una di quelle tipe che ci avrei fatto un pensierino se non fosse stata una situazione imbarazzante). Forse si fidava del mio aspetto da top-manager attraente, oppure odorava il profumo dei verdoni riposti nel mio portafoglio, come tutta la gente che mi parla: fatto sta che la tipa ha accettato di caricarmi nell'auto e ha bruciato il semaforo pigiando così forte il piede che quasi mi sono sentito schiacciare dai tacchi. Per fartela breve, è così che è andata quella mattina: me la son data a gambe e sono finito in una città di contea sempre incurante del telefono che vibrava e squillava (anche la mia amante nel frattempo mi stava cercando!). Naturalmente, ho poi scoperto che nessuna bomba era scoppiata in centro o altrove nel mondo, quel giorno; in compenso, mentre più tardi sorseggiavo un tè earl grey assieme alla tipa del passaggio, sempre più dolce con me, sempre più un angelo, mentre il vento suonava il suo fischio, mi sono messo a sfogliare tranquillamente il Daily Mirror e chi ti vedo in prima pagina? Indovinato: il pazzo! Vuoi sapere il titolo della fotografia? "Il giustiziere dei pescicani è stato identificato". Mi è venuto da ridere, credimi. Quello doveva punirmi e invece mi ha regalato una magia da sogno, un tè gustosissimo in mezzo alla campagna silenziosa e persino un bell'angelo che aveva fatto da autista e adesso mi guardava senza dire niente... Proprio un bel giustiziere, quello lì, non trovi?
| inviato da il 23/11/2005 alle 14:35 | |
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20 novembre 2005
Lift into your dream
 Il Ticino a Pavia
Open the window to lift into your dream, baby, baby, you can barely breathe...
| inviato da il 20/11/2005 alle 22:2 | |
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9 novembre 2005
Sedici anni fa cadeva il Muro
Siccome questo blog l'ho (ri)cominciato con qualche fotografia berlinese, tra cui un paio riguardanti il Muro, credo che si comprenda quanto mi emoziono tra l'8 e il 9 novembre di ogni anno. Non ho molta voglia di spendere qualche parola oggi. Quindi non starò a ricordare che cosa ha significato quel curriculum vitae (1961-1989) non molto onorevole. Per me sono sufficienti gli abbracci tra berlinesi dell'est e dell'ovest, separati in casa da volontà diverse dalle loro. Avere assistito in diretta televisiva a quel grande spettacolo di libertà è un'emozione perenne per me. Forse ci sarebbe da dire al riguardo di quanto la memoria storica possa affievolirsi in così pochi anni. Ne sono passati sedici, in mezzo c'è stato Goodbye Lenin, una pellicola tedesca il cui senso sembrava il classico (ahimé) "si stava meglio quando si stava peggio". Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un blog con una fotografia in bn di Berlino, non so dire se d'annata o di oggi (chi ha visto la città tedesca sa che a volte ci si può confondere in questo senso). Il titolo del post era: "Nostalgia di Berlino Est". L'autrice del blog ha diciotto anni, così stava scritto lì a fianco.
Proprio oggi a Berlino - col patrocinio del Wall Museum - si è discusso di quando cadrà il "Muro rosso", ovvero la cortina di ferro del regime cinese, a dimostrazione che l'abbattimento del Muro berlinese è e sarà a lungo un evento simbolico di grande importanza per chi crede nella libertà.
E' un peccato che oggi, nella nostra Penisola, siano soltanto i militanti di Alleanza Nazionale e Forza Italia a ricordare il sedicesimo anniversario con pubbliche iniziative, mentre sia a Berlino sia altrove si raccolgono tutti intorno al ricordo.
| inviato da il 9/11/2005 alle 20:57 | |
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4 novembre 2005
Raccoglimento
 (Art Work di Mag - grazie*)
Mi guardo mentre guardo altrove. Mentre guardo avanti. "Tempo è un treno che passa" scivola via. Marlene Kuntz di cristallo girano vorticosi e non mi lasciano quasi respirare. Come un meteorite che colpisce affonda e non ferisce. Mi guardo mentre sono già altrove. Mentre cammino dentro i miei sogni e li coloro artificialmente di rosso. Non mi aspetto più nulla da quando me lo insegnò un certo stregone di cui mi sfugge il nome. Uno di quegli stregoni di cui ogni tanto sentiamo il bisogno.
(E intanto muovo fotografie qua e là senza una ragione). Ti ho vista tralasciare in un istante tutti i modi per dirsi addio, e correre e abbracciarmi. E' la sola ragione per avere fiducia nel mondo. Attimi cristallizzati e gocce di acqua lucida e fresca sulla mia pelle. Ho abbandonato i brividi e ho trovato, per caso, una parola chiamata equilibrio. Nelle corse d'autostrada notturne ho trovato equilibrio. Nelle stelle di montagna d'estate ho trovato equilibrio. Sotto alberi dimenticati e pieni di neve ho trovato equilibrio.
Suono una nota che nessuno conosceva prima. Mi guardo mentre resto altrove, senza fare buio perché il buio non è una scelta, è una condizione. Leggo un treno che passa e una pagina che scorre silenziosa, da sola. Non ci volevo credere, ma mi sento molto meglio, adesso.
E continuo a guardare. Lontano.
(PS. Un anno fa)
| inviato da il 4/11/2005 alle 21:55 | |
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30 ottobre 2005
Quando resti sola ora dove vai a nasconderti?
Ti ricordi di come camminavamo insieme quando le giornate diventavano troppo lunghe o troppo stanche? Era una camminata speciale di fiori, una camminata da bambini che avevano vissuto novant'anni e che non sbagliavano ad appoggiare un passo da sei mesi. Ti ricordi quel brano che ora sento suonare? Lo ricorderesti? Lo ricorderai? Ti ricorderai di me? I sapori che cambiavano, il mio esserci e non esserci mentre tu, fidandoti, chiudevi gli occhi. Ma chi sbagliava e che cosa? Quali musiche sono state di troppo, quali invece ho suonato troppo poco? Quando resti sola ora dove vai a nasconderti? Quando la noia ti prende le caviglie e inizia a pizzicarle, ti trascina con sé? Le domande sulla memoria muovono le ruote di queste fotografie rimontate in un ricordo speciale che non mi segue come vorrei perché è sempre troppo avanti o troppo indietro e solo a tratti, come ora, come stanotte, torna a tempo con i miei passi come lo erano i tuoi. Quanto ci ho provato? Quanto ho provato a essere io lassù a riempire la notte facendo uscire infinite luci dal petto... Tu lo sai.
(da "Valido per due", di Tibe, p. 165)
Questo libro è tutto qui. In una fuga di Ecli, nella vita quotidiana di An. Nell'Heineken Jammin' Festival, ogni anno méta per riscoprire sé stessi. Si respira musica a ogni pagina. Si respirano sogni, si respira psichedelia.
| inviato da il 30/10/2005 alle 13:40 | |
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25 ottobre 2005
Una vertigine che ci sospingerà
Onde anomale dentro un tentativo di scrivere di jazz... non è la sera giusta e non la disperderò mentre colgo ogni piccola goccia di mare che potrei trovare dentro una conversazione inaspettata. Anomalie che convergono in una sola grande realtà visibile a occhio nudo eppure irriconoscibile senza un minimo di sforzo. Facendo attenzione ai dettagli, irrimediabilmente, si perde di vista il quadro generale: e il quadro generale è una vertigine che ci sospingerà. Il calendario parla di decenni fa, con le parole di Pasolini che trent'anni fa (giorno più, giorno meno) morì ucciso a Roma. Altri tempi, altri modi. Ora si vede soltanto una luce e non è disegnata dentro una canzone. Non ha l'odore delle castagne appena arrostite. Non ha il colore delle foglie sparse nel sottobosco. E' una luce di pagine sfogliate stancamente. La troveresti dentro un labirinto in giro a cercare oro finto. E un sussulto, uno solo, poi comunque c'è il suolo.
Altri tempi, altri modi. Ora si vede soltanto una luce e non è disegnata dentro il cielo. Non ha il sapore delle ferite rimarginate. Non ha il contatto delle tue mani calde dentro un maglione di lana. E' una luce che viene da altri luoghi.
La troveresti in fondo al tuo pensarmi quando è sera e vuoi solo annientarmi. E' un sussulto, è soltanto un lieve disincanto.
| inviato da il 25/10/2005 alle 23:6 | |
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23 ottobre 2005
Qualcuno è sempre in ascolto
 Milano, il Pirellone
"Pregai che il ricordo di questo momento in cui prendevamo un tè delizioso e bollente seduti l'uno di fronte all'altro in un posto piacevole e caldo restasse in lui come una scia luminosa e lo aiutasse. Le parole sono sempre troppo crude e finiscono con lo spegnere luci preziose e fievoli come quelle". (Banana Yoshimoto, "Kitchen")
Amo il silenzio ma non il suo risvolto eccessivo, il mistero invalicabile e chiuso. Amo perdermi nelle gocce di parole di chi amo. Stringo dentro di me il dolore perché gli altri non ne abbiano consapevolezza. Lo disperdo come singola parola in mezzo a frasi che nessuno leggerà. Lo coltivo quando nella stanza cala il buio e pensare diventa una piacevole concessione. Quando parlo col mondo mi diverto a fare come se fossi a un tavolo di briscola chiamata: a volte li faccio scendere finché sono costretti a chiamare una carta troppo bassa per quelle che hanno in mano; altre volte sono io a rischiare, li stupisco tutti con il due a settanta e qualche volta va male e sono cazzi. O sono solo sberleffi, se siamo tra amici. Amo i miei buoni amici. Li attraverso anche se non se ne accorgono. Li lascio girare dentro di me per un po', raccogliamo le fotografie e le disponiamo per terra fino a rifare i viaggi di sempre, da Milano alla nostra Atlantide che non troveremo mai.
Poi arriva il momento del vero silenzio. Dove lascio suonare canzoni come quella di Zucchero ("Eppure non t'amo") in attesa del mio passato. Solo perchè asciugo al cielo lacrime che tu non vedi, Credi che t'amo. Solo perchè striscio il cuore tra il casino che hai lasciato in piedi, Credi che t'amo. .. Solo perchè un tuo sorriso scioglie sale e sangue al vino Credi che t'amo. Forse è vero, dormo male e mi scordo di mangiare, Eppure non t'amo. ... So che io vivrò anche senza te dove non lo so Ma mi porto via, fuori dal pianto, dove non lo so.
Ma, ne sono convinto, qualcuno è sempre in ascolto.
| inviato da il 23/10/2005 alle 14:26 | |
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11 ottobre 2005
Semplice, tutti tirano di coca
Dedicato a Lapo Elkann, a Kate Moss, a D.A. Maradona, alle due ragazze straniere che vidi sniffare sulle scale dell'Arengario, eccetera.
Semplice. Tutti tirano di coca (Simply everyone's taking cocaine) (*) di Murray Lachlan Young
... Bene, lo scorso sabato sera ho visto Fizzy Sipworth e i suoi occhi sembravano ardere di una luce meravigliosa. Le ho detto: "Fizzy, mia cara, sembri una divinità." Mi ha risposto: "Anche tu, se ti facessi una pista."
...Bene, ho visto lo zio Berty che ballava sul tavolo. Gli ho detto: "Berty, sei vecchio per queste cose, non ne sei più capace. "Esattamente, mio caro, ho passato gli ottantatré e balleresti anche tu nello stesso modo se ti fossi sparato un grammo intero di colombiana direttamente da un verdone arrotolato." La morte di Berty non è stato uno shock terribile. Tutti al funerale, tutti alla veglia eravamo in una condizione pietosa fino a che - alle nove meno venti - non è calato un tale clima di morte che la zia Milly gioosamente ha detto: "Facciamoci una pista!", abbiamo tutti urlato "hip hip hurrah!".
Gli autisti se la sparano suonando il clacson, i fantini cavalcando, i dj la fanno girare sui piatti, i giocatori d'azzardo la vincono, i militari la posizionano, quelli che puliscono la aspirano, le modelle se la prendono con il book, i pescatori ne sono allamati, i pensionati la disegnano, i calciatori ci vanno in rete, i tecnici l'analizzano, i ciclisti la usano per pedalare, i produttori la testano, i poliziotti la negano, gli editori la raccolgono, gli avvocati la proteggono, gli artisti la chiedono in supplica, alcuni di loro la picchettano. Sembra facile, no? Nessuno sia incolpato perché tutta la nazione tira di coca. ...
(*) dalla traduzione italiana di Aldo Nove per Bompiani; versione originale qui.
| inviato da il 11/10/2005 alle 19:53 | |
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8 ottobre 2005
Quintocortile
Quintocortile
Milano infila tunnel del metrò per rincorse di istanti veloci che sommati fanno un niente
per farne montagne di macerie tra sogni di un perduto verde e incanti di incontri che a settembre
fumavano salsicce e bandiere rosse parentesi in attesa di ragazzi bravi a fare il gioco delle coppie con siringa
Milano ora fila sogni disfatti su uno spiedo sapiente che cucina mucchi di denari ricchezze povere di dolori e pensieri
Milano infila però ancora cortili uno dentro l’altro che ritrovano in fondo – ancora visibile – il tempo.
(poesia di Adam Vaccaro)
| inviato da il 8/10/2005 alle 22:11 | |
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8 ottobre 2005
Una sala da ballo
 Milano: Galleria Vittorio Emanuele (2 del mattino)
Pavimento levigato ad arte, come fosse la sala da ballo di Charlottenburg o di una qualche altra residenza storica. E se le danze stessero per avere inizio? E se la banda fosse già al completo sul podio? Sembra che manchino solo gli attori.
| inviato da il 8/10/2005 alle 15:4 | |
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